“Comunicare è la prima cosa che impariamo a fare. E in qualche modo, con il passare del tempo, la facciamo sempre meglio. Ma per uno strano motivo, crescendo iniziano le difficoltà. A volte ti mancano solo le parole. Altre volte l’imbarazzo ti blocca perché la situazione è troppo difficile. Più ampliamo il nostro vocabolario più diventa complicato farne un uso adeguato.

Ci sono cose di cui non possiamo non parlare e altre che nemmeno vogliamo sentire nominare. Alcune le teniamo dentro come segreti, altre le sputiamo come sentenze. La cosa certa è che alcune cose parlano da sole.”


Un uso qualunque di te, S. Rattaro.

 

 

Definire a parole la vergogna non è affatto semplice, dal momento che se si pensa ad essa, più che definizioni articolate appaiono alla mente dei termini che vi si riferiscono, dei sinonimi: imbarazzo, pudore, umiliazione, nascondersi, arrossire, sparire.

La vergogna è un’emozione, e proprio per questo tra le parole utilizzate per descriverla ce ne sono alcune che si riferiscono al corporeo e altre ad un livello più relazionale: la vergogna è un’emozione fondamentalmente intersoggettiva, legata alla percezione che ognuno ha di sé e al modo in cui gli altri percepiscono il nostro essere.

È come se le persone che si vergognano vivessero una grossa difficoltà nell’elaborazione cognitiva e nella verbalizzazione di questa emozione per difendersi dall’affrontare il dolore che proverebbero se giungessero a sperimentare la piena coscienza delle esperienze imbarazzanti e umilianti che gliel’hanno fatta provare.

Chi si vergogna ha timore che da alcuni suoi atteggiamenti emergano delle proprie caratteristiche profonde che preferirebbe tenere per sé, o che anche lui, per primo, preferirebbe non vedere, ma, allo stesso tempo, colui che prova vergogna tende ad arrossire. Se ci si sofferma sull’arrossire si può mettere in luce la contraddittorietà della vergogna: se essa è una risposta emotiva all’esposizione agli occhi degli altri a cui si stenta di sottrarsi, il rossore, invece, anziché velare questa volontà, accentua l’attenzione altrui.

Tutta la gestualità che ruota intorno alla vergogna è caratterizzata dal filo conduttore dell’evitamento, nel senso che chi sperimenta questa emozione tende a cercare di passare inosservato, chinando il capo ed evitando di guardare l’altro, nella credenza, forse magica, che se non vede di essere guardato, non sia visto: chi si vergogna non guarda per non essere guardato; è come se l’individuo che prova vergogna tenti di non guardare negli occhi l’altro davanti a cui si imbarazza per non incontrare il suo sguardo, in quanto lo sguardo altrui è uno specchio di come egli si vede.

Come una persona vede sé stessa è un concetto di fondamentale importanza nella vergogna, in quanto non c’è alcuna differenza tra vergognarsi di fronte agli altri e vergognarsi di fronte a sé stessi: in entrambi i casi è presente un altro che guarda e fa scoprire il soggetto diverso da ciò che riteneva di essere, ma pur sempre sé stesso; nel mondo soggettivo di chi si vergogna non si è mai soli, ma c’è sempre un altro che osserva e contribuisce ad aumentare l’umiliazione.

Pertanto, la condizione che deve essere presente perché un soggetto provi vergogna è la consapevolezza di sé esposto allo sguardo, e quindi al giudizio, altrui:l a vergogna che il soggetto provariguarda quello che la sua azione rivela o può far capire agli altri dell’individuo come persona, in quanto il giudizio che si teme verte sulla persona nella sua globalità, che deriva da qualità che essa possiede intrinsecamente o per attribuzione sociale: è messa in dubbio, quindi, l’immagine che l’individuo ha di sé, cioè il senso di sé, nell’accezione di essere sé stessi, unici e diversi dagli altri e quindi quello che è in gioco è molto più di un’azione, in quanto riguarda la propria identità personale.

Nella nostra epoca, che il sociologo Bauman ha definito “società liquida”, alle persone risulta difficile tollerare una propria identità differenziata che comprenda la capacità di sentire e riconoscere le emozioni, di avere confini, limiti ed origini certi. Le persone per non sentirsi escluse, sono spinte ad adeguarsi spesso nel ruolo di consumatori, alle richieste dei diversi gruppi sociali.

In questo clima, la vergogna, un’emozione per alcuni scomparsa e per altri accentuata, sembra assumere una posizione centrale nella clinica e nel sociale. Le persone si vergognano della propria fragilità e dei traumi vissuti nel passato riattivati nel qui ed ora della seduta; nel sociale la squalifica narcisistica si manifesta palesemente come la paura di vivere e riconoscere la propria specificità ed originalità, nel trattare gli affetti come oggetti sconvolgenti e dannosi, nell’imitare modelli esterni privi di valore se non quello della momentanea visibilità mediatica.

La vergogna-pudore sana ed evolutiva, sembra obsoleta e desueta, al suo posto si osserva sempre più frequentemente la paura dell’invisibilità e del disconoscimento, timori che evidenziano un serio deficit narcisistico.

 

Francesca Falbo

Tagged with: , , , , , , , , , , , ,