L’immagine che molto spesso si ha dello psicoterapeuta e della psicoterapia è quella di un lavoro in cui una persona (terapeuta) ascolta un altro individuo e lo guida alla risoluzione dei suoi problemi, sia interiori che più superficiali.
La realtà dei fatti è, però, ben diversa da questa immagine: la terapia non è una costruzione univoca a partire da ciò che il clinico estrapola dai pensieri dell’altro, ma è da intendere come un viaggio, ben organizzato e studiato, basato su un processo interazionale.
Una delle pietre miliari della teoria adleriana, teoria con cui mi sono formata, è la relazionalità: l’uomo è uomo in quanto è inserito in un contesto sociale ed è dotato di una possibilità comunicativa che lo porta a condividere una socialità con i suoi simili. Adler ha saputo sin dal principio problematizzare con la relazionalità, non configurandola unicamente come una possibilità di ‘essere con’ l’altro all’interno di contesti specifici, ma come presupposto fondativo della costruzione della propria mente che è essenzialmente una mente relazionale.
Il concetto di relazionalità adleriano, si richiama più che altro al concetto di ‘empatia’, riconoscendo al soggetto, così, la possibilità di sentire e percepire i sentimenti e le emozioni dell’altro significandoli in quanto vicini a ciò che ci si sente in grado di provare:

“Senza ‘empatia’, senza la capacità di collocarci dentro il pathos degli altri per viverlo, sentirlo e comprenderlo come se fosse il nostro pathos, non è possibile vera comunicazione né autentico incontro, scambio, dialogo, reciprocità e legame fra anime”
(G. Ferrigno, L’intersoggettività fra ‘Adlerismo’ e ‘Teoria della mente’)

Secondo Ferrigno, il precursore dell’empatia è il concetto adleriano di bisogno di ‘tenerezza primaria’ e cioè quel bisogno provato dal bambino, sin dai primissimi giorni di vita, di ricevere tutto ciò che possa essere definito delicato e, quindi, affetto, cura, amore.
Se questa necessità  primaria è riconosciuta e coltivata con sufficienti attenzioni e scambi di reciprocità da parte di chi si prende cura del piccolo, consente di creare e consolidare un buon legame di attaccamento: è in questo modo che l’innato senso sociale del bambino si raffina con il tempo nel linguaggio della tenerezza, della reciprocità, del sentimento sociale.
A sostegno di queste ipotesi, i più recenti studi della “Teoria della Mente”, confermano come lo sviluppo della capacità di decentramento e di comunicazione empatica intersoggettiva richieda la costruzione, nei primi anni di vita, di una ‘matrice nutritiva primaria’ che consenta lo svilupparsi della reciprocità.
La matrice nutritiva è il risultato di una relazione madre-bambino talmente soddisfacente che i bisogni del bambino e le risposte materne sono così tanto sincronizzati che il bambino non si rende conto che esiste una fonte esterna di nutrimento e pronta a calmarlo: il fatto che i propri bisogni siano incontrati, capiti e soddisfatti porta ad un senso di vitalità, che è l’essenza della condizione umana.
Nella relazione madre-bambino la sensibilità del genitore nei confronti dei sentimenti dei figli è il fattore chiave che influenza la qualità dell’attaccamento: la comprensione da parte del bambino dei sentimenti, delle emozioni, delle credenze e delle intenzioni reali degli altri è una vera e propria conquista che lo colloca nell’area della logica comune e lo preserva dal pericolo di ricorrere esclusivamente alla propria logica privata e cioè alla proiezione dei propri sentimenti ed emozioni.
Emerge, quindi, come nelle primissime fasi della vita non sia ancora possibile intendere il bambino appena nato come un individuo in cui all’individuazione biologica e fisica corrisponda un’ uguale individuazione psichica: le prime emozioni sono emozioni relazionali, non solo nel senso che esistono in virtù di una relazione, ma che esistono proprio nella relazione in quanto non esiste ancora un confine psichico così stabile da poterle contenere senza che si disperdano. Il passaggio fondamentale accade quando il bambino inizia a fare esperienze che non sono più poste dentro l’unione madre-bambino, in quanto la differenza, la diacronia e il ritardo sono concetti che essenzialmente esprimono il fondamento dell’alterità.
Ma tutto questo come si traduce in una psicoterapia?

 “Infatti l’individuo nella sua globalità non è estraibile dal suo rapporto con la vita, o meglio con la comunità. Il suo rapporto con la società evidenzia il suo stile di vita. […]
Quindi la tecnica della psicologia Individuale, per scoprire lo stile di vita di un individuo, deve presupporre la conoscenza dei problemi della vita e delle richieste che essi gli pongono.”
Adler, Il Senso della Vita

Il fatto che l’individuo come globalità non sia estraibile dal suo rapporto con la vita significa che è molto difficile comprendere il contesto di vita di una persona partendo da una sola parte di ciò che vediamo, osserviamo o ascoltiamo; in secondo luogo, qui, si sottolinea già un aspetto fondamentale del compito dello psicoterapeuta, e cioè il suo doversi immergere nel mondo che gli si prospetta davanti, e quindi nel sociale, per conoscere a fondo i contesti di cui fanno parte le persone di cui si prende cura.
Pertanto la meta che lo psicoterapeuta deve porsi è quella di avere sempre una visione globale della persona, per evitare di parcellizzarla e conoscerne solamente piccoli aspetti, che staccati dal contesto e dalle motivazioni intrinseche della vita dell’individuo lo porterebbero ad una visione fuorviante della situazione.

 

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